AQVA

26/11/2015 Comentarios desactivados en AQVA

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Filippo Melis, AQVA (Non ci sarà la morte)

“ya no habrá muerte ni luto ni llanto ni dolor” (Apocalipsis 21, 4)

AQVA con V de Vajont, con V de muerte y de holocausto, en recuerdo de las víctimas de la codicia, del beneficio, del progreso…

“El peso del silencio puede ser inmenso” Sofocles, Antigona

Filippo Melis va néixer a Quartu Sant’Elena (Càller (Cagliari) – Sardenya) el maig de 1976. Es va llicenciar en Filologia Russa i Catalana a Càller amb una tesi sobre Kantemir (traductor d’Horaci). Viu a Sant Narcís (Girona) des del gener de 2006.
És lingüista, traductor, professor d’italià, rus, català, castellà i llatí. És guia turístic pel Museu d’Art.
L’agost de 2014 va donar a llum el llibre de poemes MARE E AMARE – MAR Y AMAR (2011-2014), en edició bilingüe italià-castellà. És el resultat del seu pelegrinatge permanent entre la seva terra i Catalunya.

Filippo Melis nos habla sobre su libro:

AQVA (Non ci sarà la morte)
L’“Aqua” di cui parlo ha un nome femminile dolce e terrible, benigna come le mani di una madre o matrigna quando annega i suoi figli.
Le radici di questo libro risalgono al 2009 in seguito alla visione del film di Renzo Martinelli “Vajont: la diga del disonore” che mi ha colpito e turbato profondamente. La storia che conoscevo parlava di una disgrazia, di una diga, di un lago, di circa duemila morti. Ho scoperto che era così solo in parte e che i veri responsabili della strage erano stati gli uomini. In realtà, la protagonista assoluta era stata la loro cupidigia, a cui potremmo aggiungere l’hybris, quella tracotanza contro cui si scagliava il drammaturgo greco Sofocle nella sua Antigone.
Sentimenti diversi e contrapposti si sono impossessati di me ed hanno cominciato ad accompagnarmi. Ho provato rabbia, sgomento e indignazione e le lacrime di quel dolore antico che provavo sulla pelle viva mi hanno fatto capire come in realtà questo lutto lo avessi sempre avuto dentro e che da quel momento la mia missione fosse quella di parlarne in modo da perpetuare ed esercitare la memoria. La memoria è sacra e non ho potuto né voluto mettere a tacere la voce della mia coscienza.
Il libellus può essere diviso in due parti.
La prima è composta da trentacinque poemi. I primi trentatrè sono dedicati ai luoghi in cui quel maledetto 9 ottobre 1963 si abbattè l’onda funesta che causò la morte di quasi duemila innocenti. Paesi, frazioni di montagna, terre, animali, alberi, strumenti di lavoro, paesi e altre frazioni a fondo valle sono uniti dallo stesso destino amaro. I restanti due poemi sono dedicati rispettivamente al ciclone che ha colpito la Sardegna, la mia isola, nel novembre del 2013 e causato la morte di sedici innocenti, tra cui due bambini di due e tre anni; mentre il secondo di essi è stato composto per ricordare, anche senza nominarle esplicitamente, tutte le altre stragi e disgrazie legate all’acqua che hanno causato negli ultimi tempi morti innocenti e disastri immani sia in terra sarda che in altre regioni italiane. Queste ultime due poesie parlano, dunque, anche se in termini non esclusivi, del rapporto di amore e odio della mia terra con la protagonista di questo libercolo. Anche da noi, purtroppo, come in moltissimi altri luoghi, l’acqua ha portato gioia e distruzione.
Come appendice alla prima parte, ho aggiunto dieci traduzioni mie di poemi di autori a me molto cari di lingua spagnola, polacca e portoghese in cui l’acqua è ritratta come un elemento benigno e portatore o dispensatore di amore. Alcune di queste poesie vedono per la prima volta la luce in lingua italiana.
Nella seconda parte del libro, intitolata Testimonianze, sono stati inseriti i ricordi, i pensieri e le opinioni di alcune vittime e di altre persone che, pur non avendo preso parte direttamente alla strage, hanno a cuore la storia della valle del Vajont e dei suoi abitanti e lo hanno dimostrato nel corso degli anni con il loro impegno personale e professionale.
Lucia Vastano nella prefazione scrive: «Questo libro di Filippo Melis così strano, fatto di poesie, citazioni, ma anche di testimonianze è una ricerca di sé, ma anche di quello che unisce la sua gente di mare ad altra gente di montagna, solo geograficamente così lontana. Questo inno all’acqua madre e matrigna vuole raccontare anche tutto quello che non sta in un libro, ma che è scritto tra le sue righe. La storia degli ultimi e delle loro terre, così sole, isolate, perse e dimenticate come i superstiti del Vajont. Buoni per gli anniversari, ma abbandonati a se stessi nella volontà di preservare la memoria. Quella scomoda che non è fatta di lacrime, commemorazioni, gemellaggi ed eventi straordinari, ma dalla ricerca di giustizia e dalla volontà che i morti servano almeno ad insegnare qualcosa ai vivi: che l’uomo, il politico, l’imprenditore, il prete, il giornalista, il magistrato possono commettere crimini infami se non si controlla il loro operato, se non si vigila affinché le mafie dei colletti bianchi, con le mani pulite e la coscienza sporca, si pongano sopra tutti e se ne freghino di sacrificare gli ultimi, i senza voce, per i loro interessi. Dalla Sardegna, al Veneto e al Friuli, ma anche in tutti quei luoghi lontani dove ogni uomo è un’isola. Un’isola che forse può essere salvata da una poesia».

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